Il 2020 resterà nella storia come l’anno in cui il mondo si è fermato, ha sofferto, ma ha anche imparato molte cose. Tra queste, c’è chi ha iniziato a guardare con attenzione alla propria cucina. Cosa mangiamo, cosa compriamo, quanto sprechiamo, quanto cuciniamo: tutte domande che hanno portato a rivedere le nostre priorità e a riflettere su cosa davvero merita di essere acquistato e quanto vada effettivamente pagato. Negli ultimi 10 anni il fatturato mondiale legato al cibo biologico ha raggiunto il valore di 100 miliardi di euro, corrispondenti a 80 milioni di ettari di terra coltivati nel mondo secondo pratiche sostenibili. Anche nell’ambito di Fairtrade la crescita è stata davvero notevole negli ultimi anni. Solo nel 2019 gli italiani hanno speso ben 320 milioni di euro in prodotti certificati. Il lockdown è stato un momento in cui la richiesta di cibo buono è aumentata a dismisura. Ed ecco che, accanto alla domanda di cibo davvero buono, ne nasce un’altra: quella di prodotti che facciano anche bene alla terra e a chi la lavora. Vediamo allora com’è cambiato e ancora cambierà il nostro carrello della spesa.

Cibo bio e commercio equo: cosa sono e
come sono cambiati nel tempo

Pensiamo che, acquistando prodotti biologici, abbiamo già fatto la maggior parte del lavoro. Ci sentiamo a posto con la coscienza. Il passo successivo è aggiungere al bio anche la parola equo. Dietro queste quattro lettere si nasconde l’attenzione a chi coltiva il nostro cibo, troppo spesso lasciato indietro dalle grandi aziende.

«Ci sono punti di contatto importanti tra bio ed equo, sono cose diverse e rispondono a normative e standard diversi, ma da quando ci si rivolge ai paesi in via di sviluppo è virtuoso farli diventare complementari. Purtroppo spesso, anche nei paesi in via di sviluppo, l’industria alimentare utilizza nei campi molti prodotti di derivazione chimica per aumentare le rese», spiega Erika Marrone, Responsabile Qualità di Alce Nero, azienda specializzata in prodotti biologici da oltre 40 anni.

Negli ultimi 10 anni la fetta di consumatori consapevoli di dover pagare qualche euro in più per avere un prodotto di qualità che rispetta l’ambiente e chi lo lavora, è cresciuta a livello internazionale. Solo in Italia il 15% dei terreni coltivati rispetta i criteri bio. Il mercato italiano di prodotti bio ed equi vale 2,5 miliardi di euro.

Cibo responsabile e sostenibile: perché
ci piace sempre di più

Nel nostro carrello i prodotti biologici che rispettano la filiera produttiva sono sempre di più. I fattori che guidano questo trend che fa bene al nostro pianeta sono diversi. Da una parte siamo più consapevoli che ciò che portiamo in tavola non deve essere solo buono, ma anche sano. C’è maggiore consapevolezza attorno al concetto di genuinità del prodotto, ma anche dell’ambiente da cui proviene.

Le differenze tra prodotti standard e bio sono sempre più visibili, grazie anche a un massiccio lavoro mediatico. C’è maggiore attenzione alle “aggiunte”: aziende come Alce Nero hanno fatto di questo atto di rispetto degli ingredienti una vera bandiera. «La formulazione dei nostri prodotti non prevede ricorso ad additivi, aromi e coloranti di cui il nostro organismo non ha bisogno e che a lungo andare provocano conseguenze negative; il bio Alce Nero deve essere più vicino a quello che la terra ci dà», spiega Marrone.

Comprare cibo biologico, senza aggiunta di additivi, ha effetti visibili anche su piaghe sociali come l’obesità infantile. «Prima – continua Marrone – era un fenomeno raro perché il nostro cibo non era addizionato e ipercalorico. Oggi le persone hanno capito che esiste un forte legame tra la nostra alimentazione e la nostra salute. C’è fortunatamente anche un’attenzione sempre crescente verso l’ambiente».

I prodotti bio ed equi sono tantissimi, in alcuni casi costano di più degli equivalenti convenzionali, ma il prezzo assicura una remunerazione corretta degli attori della filiera, in primis i produttori agricoli all’origine, che normalmente sono i più penalizzati dalle logiche commerciali e di distribuzione.

«Anche la certificazione Fairtrade – prosegue Benedetta Frare, responsabile comunicazione di Fairtrade Italia – impone dei rigorosi standard ambientali. Infatti, vieta l’utilizzo di prodotti chimici dannosi per l’uomo e l’ambiente nelle coltivazioni, promuove la biodiversità e incentiva pratiche agricole sostenibili da parte dei produttori come l’uso di sistemi per il ricircolo dell’acqua e la corretta gestione dei rifiuti».

Prodotti biologici e lockdown

Durante il lockdown abbiamo avuto più tempo per cucinare, studiare le nostre dispense e ponderare bene la lista della spesa. Spendere il giusto per le cose giuste, necessarie, buone e sane. Come evidenzia Erika Marrone di Alce Nero, «la domanda di prodotti Alce Nero è cresciuta più della domanda media dei prodotti bio. Nuove persone che prima non avevano tempo e modo di cucinare ci hanno scelto. Cucinare è un atto d’amore e acquistare cibo è un atto politico».

Inoltre, ciò che la pandemia ha messo in evidenza – citando le parole di Papa Francesco – è che non si può pensare di poter vivere sani in un ambiente ammalato.

I “superpoteri” della rete
Fairtrade

Fairtrade è un’organizzazione nata nel 1981 nella regione di Oaxaca, in Messico. Quell’anno un centinaio di campesinos, riuniti da un gruppo di missionari che lavoravano con loro, si sono ritrovati per discutere di un argomento fondamentale: qual è il prezzo giusto di un chilo di caffè? La domanda era nata dalle condizioni di vita umili che queste persone si trovavano ad affrontare. Non importa quanto lavorassero: restavano pur sempre poverissimi. Oggi, a quasi 40 anni da quella riunione, il marchio Fairtrade è la garanzia che il prezzo pagato per un determinato prodotto è quello giusto, che premia chi lavora.

«Entrando nel sistema di certificazione Fairtrade i produttori diventano protagonisti del commercio equo, ovvero partecipano a tutte le decisioni che li riguardano – spiega Benedetta Frare, responsabile comunicazione Faitrade Inoltre, possono godere di un prezzo minimo, che non dipende dalle oscillazioni del mercato, e che viene riconosciuto e serve loro per coprire i costi di una produzione sostenibile. I produttori ricevono anche un premio, una somma di denaro aggiuntiva che le organizzazioni di produttori collettivamente decidono come spendere a favore della comunità o anche per il miglioramento della produzione. Possono decidere di investire in servizi sanitari e scolastici».

Fairtrade è un marchio di certificazione, che si avvale della collaborazione di un ente terzo indipendente: FLOCERT. Questa organizzazione controlla i produttori e le aziende che importano e trasformano le materie prime in un ciclo che dura tre anni. In questo tempo i produttori ricevono controlli, si corregge il tiro produttivo. Chi non rispetta le regole, viene estromesso dal sistema. Tutto a garanzia del risultato finale: il prodotto che arriva sulle nostre tavole.

Il valore aggiunto del marchio Faitrade è la sicurezza per chi compra di avere tra le mani un prodotto che ha rispettato la terra e la salute di chi coltiva, oltre ad aver assicurato loro la giusta remunerazione. Aziende come Alce Nero, il marchio di agricoltori e trasformatori biologici dal 1978, da anni hanno deciso di certificare alcuni dei propri prodotti, in questo caso zucchero, cioccolato, caffè, tè e riso, con il marchio Fairtrade. Non si tratta solo di solidarietà o di una forma di assistenzialismo: il Fairtrade è sinonimo di un commercio giusto, una produzione di qualità e una remunerazione corretta per chi lavora.

Alce Nero: storia di un’azienda

La prima cosa da dire su Alce Nero è che l’azienda fa bio da prima che queste tre lettere diventassero di moda. Tanti si affacciano a questo mercato ora, grazie agli incentivi e all’aumento dei consumi, ma Alce Nero è sinonimo di più di 40 anni di know how, che ora danno un prezioso valore aggiunto alla produzione.

Dal 1978 l’azienda fatta da agricoltori e trasformatori biologici si impegna a produrre cibi buoni, frutto di un’agricoltura che rispetta la terra e la sua fertilità. Sotto questo brand si raccolgono più di 1.000 agricoltori italiani e oltre 10.000 piccole imprese agricole familiari del Centro e Sud America.

Agricoltura biologica per Alce Nero significa rispetto e cura del delicato equilibrio tra il pianeta e le persone che lo abitano. Le coltivazioni non usano chimica di sintesi. I prodotti sono trasformati con tecniche che tutelano ed esaltano le caratteristiche delle materie prime.

Tutte le ricette alla base dei prodotti Alce Nero sono costituite da pochi ingredienti, sono privi di conservanti e di additivi, per proporre sempre cibi semplici e quotidiani. Oggi Alce Nero vanta un listino di 400 prodotti, che vanno dalla pasta al riso, dalla passata alla polpa di pomodoro, passando per verdure, frollini, succhi di frutta, bevande vegetali, legumi. Inoltre, c’è una linea tutta dedicata alla prima infanzia e un’altra legata ai prodotti freschi.

Infine, vero valore aggiunto del brand, la linea biologica Fairtrade, tutta dedicata ai produttori latino americani: caffè, cioccolato, cacao, zucchero di canna, riso Basmati e tè, tutti rispettosi dell’ambiente e del lavoro di chi li produce.

Come sarà il cibo del futuro

C’è chi dice che il cibo del futuro sarà prodotto in laboratorio, che la terra sarà incapace di donarci ancora i suoi frutti. C’è chi invece guarda al futuro come al risultato di un momento di riflessione, che il Coronavirus ci ha involontariamente donato. «Mangiare meno e mangiare meglio deve essere lo scopo futuro, perché la terra ha risorse limitate», spiega Marrone. Ma non solo.

Anche la cooperazione tra produttori e organizzazioni come Fairtrade saranno fondamentali, per dare una chance a gruppi di produttori preparati. Ma il vero traguardo sarebbe cancellare la distinzione tra cibo standard e quello equo e bio. «In futuro – conclude Erika Marrone – speriamo che il cibo sia prodotto ovunque in maniera sostenibile per la salute del pianeta e delle persone»,


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